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Maria Teresa Alì
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Il 22 novembre 2009 nasceva questo sito

5 anni raccontati da Maria Teresa Alì

 

Drago Rosso & Aquila del Mattino

Eravamo assolutamente spersi. Ma non come al solito, peggio. Totale. Come velieri che barcollano nel mare mosso che preannunzia tempesta, nella foschia e con visibilità zero, e che stanno a galla solo per la qualità del legno. Ci aggiravamo senza contorni e punti fissi, spesso con le braccia alzate per non perdere l’equilibrio. Non sapevamo dove andare, tantomeno come arrivarci. Non avevamo presente né futuro. Un po’ di passato veniva ogni tanto in superficie più per il movimento ribollente naturale dell’andatura ondivaga che per consapevolezza.

Drago Rosso sfuriava rabbia dalle viscere incandescenti, in preda ai suoi soliti furori ma incontrollati, senza afferrarne alcun appiglio, da cui poi talvolta in passato era riuscito a trarre un senso e magari marciarci per anni e costruirci castelli di cristallo.

Aquila del Mattino si era rincantucciato  in un anfratto dove a stento penetrava la luce: “ho assestato la mia tana e pare riuscita bene”, rimuginava il motto di Kafka che lo sosteneva da stampella nei momenti bui. Uno spazio che assomigliava ad una capanna sioux perchè sormontata da un pinnacolo di fumo permanente. Usciva di rado solo per smuovere l’ingranaggio che lo teneva insieme, arrivava a Ganzirri per respirare, tornava rinfrancato e oleato.

Ma non solo.

Mentre i due, irascibile l’uno, immoto sulla via di Damasco, o come diavolo diceva lui “sulla via della consapevolezza” l’altro, in preda a ieratiche visioni, sulla Panoramica maturava una ecatombe  virtuale dalle immediate conseguenze pratiche. La Squaw del Web, insomma la Webmonster depositaria di tutti i segreti delle macchine, esperta montatrice e provetta smontatrice di computer di ogni dimensione e genere, si ritrovò quasi dall’oggi al domani senza rete e senza macchine. Quello che era stato un centro all’avanguardia, un Service che riforniva di programmi e progetti mezza Italia, apparve improvvisamente un capannone vuoto con le scrivanie vacanti ed oggetti obsoleti ed inservibili. Nella piccola “Valley” prima della Falce del Porto, i capannoni che luccicavano di luci e di sfavillio tecnologico divennero Archeologia informatica. Spazzati via dalla prima vera e propria rivoluzione tecnologica dell’Era del Web. Tutto da buttare, mentre il nuovo avanzava implacabile d’oltreoceano. Ci sarebbero voluti centinaia di milioni di investimenti, una riconversione da cogliere al volo prima di essere spazzati via dal ciclone. Non ci riuscirono, e SW si ritrovò senza strumenti, con una liquidazione e quel che sapeva. Qui bisognava riciclarsi. Anzi no: reinventarsi.

Drago Rosso viveva solo di eclatanze. Il resto non gli interessava. Pure ne aveva combinate tante. Di quella volta che s’inventò dal nulla un festival teatrale estivo, riscrisse un testo sacro ribaltandolo completamente per il palcoscenico; organizzò una compagnia con una decina di attori professionisti ed alcuni amatoriali; gestì con diplomazia inaspettata amministratori, politicanti, funzionari, dignitari e ragionieri nella delicata fase burocratica e degli emolumenti dei finanziamenti che lui fece piovere sull’iniziativa grazie ad un apparato di motivazioni imbattibile. Aiutato da un amico per caso che ebbe l’intuizione di dire: “Perché non provarci ?”. Gli bastò questo per partire con tanta di quella energia da coinvolgere mezzo mondo. Deciso, sicuro di sé, leader.

Una rappresentazione davvero perfetta, scandita sui tasti delle emozioni e del lirismo, ma anche della spettacolarizzazione di musiche e danze a scena aperta. Un successo strepitoso, suffragato da una monumentale rassegna stampa e video che gli amministratori raccolsero in un book. Mai visti tanti giornalisti e telecamere e troupes da quelle parti. Aveva colto nel segno con una campagna efficace e dal linguaggio colto e popolare.

Cinque sere da spopolare, migliaia di spettatori sulla spianata della piazza davanti la Chiesa che fungeva da fondale, con una piattaforma di legno lievemente alzata che fungeva da palcoscenico. Una scenografia completamente inventata con alcuni elementi in pietra sui quali salire, sedersi, nascondersi. Nulla di artificioso, niente cartapesta. Gli attori si mossero con una naturalezza e spregiudicatezza, come se fossero sempre stati lì.

Assaporata l’ebbrezza del trionfo,  preparò per l’anno successivo una rappresentazione ancora più grande, ma gli misero i bastoni fra le ruote; l’invidia s’impadronì di quanti gli erano stati accanto, soprattutto amministratori, politici e burocrati. “Quello ha più successo di me”, pensò un sindaco che forse mai si era reso conto perfettamente di quel che stava facendo, dell’operazione  magistrale allestita dal Numero Uno: firmava e basta. Ma poiché all’esterno l’artefice, il trionfatore, il protagonista unico risultò lui, Drago Rosso, più ancora degli attori che pur si muovevano ed apparivano, ebbene: non poteva continuare così. Perché mai poi ? Per portare avanti una manifestazione targata Drago Rosso ? Anche se porta pubblico, fama, gloria e quindi soldi ? Macchè, boicottiamo. Cominciamo a non chiedere più i finanziamenti fingendo di essercene dimenticati. Non mandiamo più documentazioni. E così via finché Drago Rosso non capì e mandò tutti a quel paese con l’orgoglio del Cavaliere senza macchia e senza paura.

Però, ecco, rimasto senza eclatanza bisogna inventarne un’altra. Erano questi i periodi peggiori, che detestava: l’inattività e il ritorno alla normalità…

Pure Aquila del Mattino aveva vissuto le sue eclatanze. O meglio, se per eclatante s’intende un posto di lavoro sicuro e prestigioso ed un’attività avviata con perizia, capacità ed estro nel deserto di quella città lunga e stretta. Certo, perché quello che può bastare alla stragrande maggioranza dei mortali, si rivelò non sufficiente, o addirittura inessenziale, per uno come lui.

Certo, per un periodo soldi ne entravano in abbondanza, ma evidentemente non era questo che cercava. Il barlume dell’insoddisfazione ed il segno della scommessa e del gioco d’azzardo, nel bilanciamento dei suoi equilibri precari, prendevano il sopravvento; si sforzava con una virata di rimetterli in un cantuccio, nasconderli, seppellirli, ma dopo un po’ tornavano prepotentemente a galla. Per cui oscillava fra il bravo lavoratore un po’ svagato ma nonostante le apparenze preciso e scrupoloso all’eccesso della virgola, e colui che voleva mettersi tutto alle spalle per tentare nuove avventure che l’avrebbero esaltato di più.

Contrariamente a Drago Rosso, perennemente alle prese con nemici e invidie e battaglie e imboscate e vittoriosi rovesci, il nemico principale di Aquila del Mattino era Aquila del Mattino stesso. Un conflitto permanente che ne rendeva vivo lo spirito e stracco il corpo. E a quel punto pronunziata la frase fatale: “Che m’interessa, che me ne fotte”. Mentre a Drago Rosso importava di tutto, Aquila ostentava questo assoluto distacco.

E combinò il patatrac visto che pressocchè d’improvviso e d’incanto si ritrovò senza il lavoro e senza la fiorente attività. Anche per colpe altrui, per quanti, soprattutto quante, remavano contro ed ignoravano che quel macigno, quella macchina apparentemente inattaccabile, era fragile ed appesa ad un filo sottile trasparente e che pure lui camminava perennemente sull’orlo dell’abisso, dove peraltro si trovava a suo agio. Quante volte era riuscito a risalire dal fondo del fondo del fondo…

Non lo fecero respirare, lo assillarono, non gli lasciarono scampo e la lucidità necessaria per trovare vie d’uscita. “Mai mettere qualcuno con le spalle al muro, lasciargli sempre la scappatoia”, predicava agli altri.

Lontani pure i tempi in cui si sedeva in una piazza ovale contrassegnata da un cinema di stile Duce che però non stonava, qualche alberello e una panchina, una sola, stava ad osservare due vetrate chiuse a piano terra, secondo un disegno che assecondava la circolarità della piazza. Dall’artigiano-venditore di vimini che lo prese a simpatia perché era l’unico che apprezzava quella panchina, sdegnata da fidanzatini e perdigiorno, apprese che precedentemente c’era stata una vetreria, e prima ancora una carpenteria e prima prima ancora una selleria.

Chiuso da alcuni anni con la polvere che si mangiava le vetrate incorniciate in una cornice di legno anni  trenta che riportata alla luce sarebbe risultata rossiccio-vinaccia.

L’artigiano che lo prese a benvolere in cambio di sigarette e chiacchiere lo aiutò a cercare i proprietari, scomparsi da tempo immemore. Che risultarono due attempate signorine che abitavano nello stesso pianerottolo proprio sulla Piazza dei Portici Oscuri e sembravano gemelle visto che vestivano quasi uguale.

Il bello era che nemmeno lui sapeva cosa farne. Gli piaceva l’idea e i posto, quel semicerchio e quelle cornici, quel prospetto che con l’aggiunta di un paio di lampioni sarebbe apparso parigino come alcuni quadri di Paul Klee gli sovvenivano. Certamente, i locali dovevano risultate piuttosto spaziosi ed alti. Già, ma che farne ?

Alle signorine non parve vero che qualcuno si interessasse di quei locali così inusuali e scomodi che in cambio della pulizia, ristrutturazione e assestamento, gli condonarono i primi due anni d’affitto: meglio tenerlo aperto che chiuso, consideravano in cuor loro. E Aquila del Mattino si ritrovò un contratto in tasca e due stanze  una appresso all’altro, sbilenchi perché rispettavano l’angolarità. Più piccolo il primo, ampio il secondo sulla destra. Ma si entrava dal primo superando due gradini che pareggiavano il dislivello della piazza.

Già, ma che farne ?

Aquila del Mattino sapeva però bene che l’unica cosa da fare quando ci si trova davanti a un problema  senza sapere che pesci pigliare era applicare il Quinto Principio dell’Agguato: distogliere lo sguardo con la coda dell’occhio e fare qualsiasi altra cosa. Guardò dunque Drago con gli occhi storti e l’ipnotizzò col suo potere mesmerico.

 

E fu così che Drago Rosso cadde nel sonno ipnotico in cui si trova tuttora. Aquila del Mattino e Webmonster nel frattempo s’erano d’accordo: bisognava trovare il fesso che firmasse il sito, lo trovarono semincosciente (che in effetti è poi il suo stato naturale) e...

Via!

Ebbene Signore e Signori, la cosa più singolare di questo sito che oggi 22 novembre 2014 compie cinque anni d’inenarrabile uscita ininterrotta a cadenza mensile è proprio che nessuno di noi (né voi) ha mai saputo, sa, o saprà mai se è uscito, se esce o uscirà dall’ipnosi indotta da un deliberato atto di follia controllata, e tutto ciò naturalmente sin dall’inizio d’un lustro fa che manco supponevamo nelle più sfrenate fantasie potesse esser tale: insomma ragazzi, col primo numero del novembre 2009 uscimmo così, senza quasi saperlo noi stessi. Un autentico miracolo, raccogliticcio e ritagliato dall’insondabile, campato in aria a guisa di diafano fantasma maledettamente sconosciuto, che tuttavia a quanto pare ha superato la prova del tempo a nostra stessa insaputa senza mai sbiadire nel processo e che minaccia pure di sghignazzare ancora raffiche di vento in faccia al mondo anche se nessuno sa per quanto. D’altronde, chiedeva il veggente…

 da dove veniamo?

Chi siamo?

Dove andiamo?

Quanto tempo ci rimane?

Che ne sarà di noi, eh?

Sono le domande ancestrali che in fondo incombono su tutti gli esseri dell’universo e alle quali non sanno rispondere forse solo gli uomini, giacché per tutto il resto pare che invece la vita scorra tranquillamente come sempre è stato sin dall’inizio senza lamentele né rimpianti né recriminazioni: sì, l’andamento del giorno è forse a volte un po’ crudele, ma in un certo senso pare che tutto continui ancora ad andare avanti senza concedere tante spiegazioni né illusioni, che è poi l’unico modo per navigare nell’Oscuro Mare… Brrr!

   

In questo SUPER numero :

per ELIMINARE il vento clicca sul quadratino qui sotto 

 

Patrizia Vicari 

" Terapia "

(settima ed ultima puntata)

Dibbuk

" Il parto del Nazareno "

 

 Lettere di improbabili amori

Gabriella Pison

" Rondini a Srebrenica "

 

Falco Sfuggente

" Le indegnità selettive "

Laugan & Drago Rosso

" Il ritorno di Donna Nagual "

" Noccioli astratti "


Caterina Papalia

" Parole di carta "

Poesie Effimere & Inessenziali

Fr+ Raphael Maria Leorugens

" Entraci (se hai fegato) "

Elifas Errante

" Canto per un nuovo mondo "

 Eugenio Preta

" Tramonto "

Giusto Misiano

" Alisei "

Mudra

" Amarti d'autunno "

U. Babbilunpa

" L'archivio akashico "

(prima puntata)

Sperso sui Colli

" Il richiamo dell'aquila "

Il Pacifista

di Antonio Mazzeo

" Quelle pisciatine velenose di Milazzo "

 

 

Brigate Variopinte

" Barboni nel sacco "

 Omaggio a un grande :

Roald Dahl

" Le streghe "

 

 

 

Cesare Pavese

Stato di grazia

 

 

"Era una notte meravigliosa, una notte come forse ce ne possono

essere solamente quando siamo giovani"

(Fedor Dostoevskij)